lunedì, 16 gennaio 2006

New York
Ho scritto questo testo diversi anni fa: l'ho riletto e riadattato in qualche punto; assicuro comunque la totale fedeltà ai concetti che allora avevo espresso e qui riporto.
 
Prendo spunto dal servizio che Le Iene ha mandato in onda lunedì primo novembre, nel quale l’inviato porta sua madre 68enne per la prima volta in America, a New York.
I commenti, gli sguardi, lo stupore presente in quella donna nata nel 1936 di fronte all’eccessiva esagerazione di New York mi hanno davvero commosso, e per un motivo ben preciso: ho rivisto me in quella donna, la volta che io arrivai a New York.
Ricordo bene il percorso in taxi dall’aeroporto JFK a Manhattan, il profilo dei grattacieli –il famoso Skyline- e le Twin Towers: io a differenza di quella signora ho fatto in tempo a vederle. Una grande emozione.
Arrivato di sera in albergo (“albergo” è riduttivo… perché se chiamano “alberghi” quelli di New York allora i nostri dovrebbero chiamarsi “stamberghe”) ricordo bene che restai per molto tempo alla finestra che dava proprio su Time Square, a fissare quel mondo enorme, asfissiante, pazzesco, assordante:e per il momento mi chiesi se il vetro della finestra non fosse in realtà un gigantesco schermo televisivo: l’avevo sempre vista, New York, attraverso la tv, ed ora era lì, e d’un tratto ho capito perché gli americani si sentono i padroni del mondo.
Vivere a New York dev’essere alienante, per chi prima ha vissuto in Europa.
Luci ovunque, suoni, rumori ed odori, e poi la ressa, un fiume continuo di gente, volti di mille paesi vivono senza guardarsi l’un l’altro.
E’ la prospettiva, però, ciò che più inganna: io in Italia sono portato, nelle città, a guardare avanti a me in lontananza, per orientarmi, per vedere la mia destinazione. A New York non guardavo avanti, guardavo sopra di me, perché ero inconsciamente avevo percepito ciò che ora ho razionalmente capito: manca il cielo, a New York. Oddio, si vede, per carità.
Ma in Italia, anche se vai nella via più trafficata di Roma o Milano e cerchi il sole con lo sguardo, lo vedi.
A New York no, lo devi cercare, ti devi muovere lungo i marciapiedi finchè la prospettiva generata da tutti quei grattacieli riesce a formare una fenditura in quel muro d’acciaio in cui possa filtrare, insinuarsi il sole.
Ricordo che ho visitato tra le altre cose Central Park (immaginandomi il concerto di Simon&Garfunkel…), le Twin Towers, Wall Street, l’Empire State Building (su cui sono salito e, dalla terrazza sulla sommità, ho goduto di una vista che non dimenticherò mai), ovviamente Broadway (con i suoi teatri e i suoi musical: ho assistito a The Phantom of the Opera, arrangiata con toni decisamente rock per non dire hard rock.. fantastico!) e il Madison Square Garden: in questa occasione, molto più che osservando la Statua della Libertà (che mi ha dato la sensazione di un antico idolo ormai spento) ho toccato con mano il vero nazionalismo Usa, e ho davvero, per una volta, ringraziato dio di essere italiano.
All’ingresso una bolgia infernale, poi seduto tra il pubblico un girone dantesco, tra musica sparata a mille, le majorette e migliaia e migliaia di newyorkesi urlanti, che mangiavano e bevevano, e poi le grida al’ingresso in campo dei NY KNIKS e degli avversari.
Eccolo, infine, il silenzio. Generale. Totale.
Poi solo una musica, e una sola voce a scandire parole famose in tutto il mondo: l’inno nazionale.
E quelle decine di migliaia di newyorkesi tutti in piedi, uomini donne e bambini, cinesi neri indiani caucasici, italiani messicani spagnoli francesi, tutti in piedi con la mano sul cuore – la mano sul cuore, ci rendiamo conto? – a cantare l’inno.
Un fulmine. Questa è l’America, gente.
Questa la loro grande forza e insieme il peggior difetto: loro sono americani, fanculo tutto il resto.
E dopo quella partita i miei occhi, ormai assuefatti dalle meraviglie ipertecnologiche, iniziarono a posarsi sull’umanità che popolava New York.
Ed ecco che, appoggiato alla bene e meglio al muro delle Trump Towers, un diseredato si sistema il suo cartone dentro cui dormire: la notte, a New York, è davvero gelida.
Il lusso sfrenato delle Trump Towers che incombe, verticale come una ghigliottina colossale, su quell’uomo senza niente se non i suoi stracci, il suo cartone e i suoi pensieri: ecco l’immagine che darei dell’America, se me lo chiedessero.
Oppure l’uomo d’affari che, imbottigliato nel traffico, si procura un sudicio sandwich da un ambulante che vende cibo tra le macchine in fila eterna. Il business non si ferma, mai, e così l’uomo d’affari. E il business governa le vite tanto dei poveracci che campano di espedienti quanto degli uomini d’affari che si arricchiscono con esso, anzi, grazie ad esso, al sistema, che concede ad alcuni di arricchirsi e ad altri di morire. Il sistema nella sua forma più pura è a New York: il sistema che viene governato dagli uomini d’affari, i quali senza rendersene bene conto sono a loro volta dominati dal sistema. Ducere et duci.
Tutto il mondo-ricco è ormai in questa situazione, questo è certo: ma laggiù la si può vedere incarnata la religione del denaro, il carrierismo ad ogni costo, l’idea, anzi il sogno, ma nemmeno, l’illusione che il grande mito americano propina a tutti i suoi figli: “anche tu puoi farcela”, e con farcela si intende “entrare nello starsystem”, avere milioni, costruire grattacieli, insomma arrivare.
Dove? In alto, sempre di più.
 
Sono tornato in Italia, la minuscola bellissima Italia e ho percepito qualcosa che a New York manca totalmente: il calore umano. Non dico che l’Italia sia il paese dell’altruismo e della generosità, anzi: il fatto è che in Italia non si vede la gente vivere, la si sente. Questa sensazione l’ho provata ancora di più ad Atene: dev’essere un motivo di età. L’America è giovane, deve ancora essere intrisa di vita. L’Italia, la Grecia ancor di più, sono antiche come la civiltà di cui noi facciamo parte e siamo continuazione; l’Europa in generale ne ha viste, vissute talmente tante che forse la sua gente ha sviluppato quel minimo di buon senso che permette di vivere bene, senza chissà quali frenesie.
Purtroppo l’America è potente e sta influenzando enormemente le vite delle grandi metropoli europee: sono però sicuro che esisterà sempre, in Europa, un angolo di umanità, sia essa in Itaca o nella caotica Milano, dove la gente vive con l’altra gente, e non contro.
 
Dentro di me sono convinto di avere fatto una delle più grandi esperienze della mia vita; sono contento tuttavia di non vivere in quel gigantesco, luccicante mattatoio che è New York, dove se non emergi sei schiacciato, e diventi solo un ingranaggio di una macchina che ormai vive vita propria e si nutre e viene alimentata dagli stessi americani, fino all’inevitabile paralisi che, la storia ci insegna, si verifica in qualsiasi stato che sempre si stacca da terra perdendo il contatto con la realtà, con la gente, per elevarsi fino all’ultimo piano di un grattacielo che qualcuno, prima o poi, tirerà giù colpendolo non alla sommità, come è già accaduto, ma alla base.
Come secondo me sta già iniziando ad accadere.
Se tagli i rami di un albero, ne cresceranno altri più robusti: se tagli le radici, l’albero muore.
postato da: TheZar alle ore 18:29 | link | commenti (2) | commenti (2)
categorie: etica, politica, ego

Commenti
#1    17 Gennaio 2006 - 00:35
 
io preferisco le piccole città (sugli 80.000 abitanti) sia alle metropoli che ai paeselli piccolini.
alle prime, in sostanza x i motivi che hai scritto nel tuo post.
i secondi, invece, sono magari ammirabili ed ottimi da visitare... ma non da vivere: poca gente, poche attrazioni per chi ha meno di 30 anni, eccessiva omologazione culturale e mentale, e poi - lo sento - ci sono anche qualche altri motivi... ma al momento non mi vengono in mente. E se lo dico, è perché in uno di questi paeselli ci risiedo.

sul patriottismo USA vorrei però far notare che è un collante eccezionale, che riesce a tenere assieme (ovviamente nella maggior parte dei casi, non sempre) etnie molto differenti tra loro.
Pensiamo, per fare un confronto, al modello opposto: il multiculturalismo alla francese, ossia la ghettizzazione totale, la divisione della società in monadi che non comunicano tra di loro, e vivono ognuna a sé stante.
Con questo voglio dire che bisognerebbe sempre distinguere tra il nazionalismo bellicoso (che non credo animasse l'intero, e neppurebuona parte, del Madison Square Garden) da quel comunque utile collante sociale, fosse anche se scade ogni tanto in melensa retorica patriottarda di esaltazione nazionale.
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#2    17 Gennaio 2006 - 22:08
 
Io preferisco Berlino, l'esigenza di guardarsi lateralmente per accorgersi dei contrasti e vedere come stanno bene insieme, l'idea che ripartire è sempre possibile, il fascino autentico e profondo della cultura europea che si mischia alla consapevolezza di essere obbligati ad entrare nel futuro, molto oltre una mera bellezza esteriore costruita a tavolino per incantare il turista.

(Qualsiasi riferimento all'Italia, alle sue città d'arte e alla sua mentalità stagnante NON è puramente casuale)
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